Spaghetti Twit-Diplomacy?

Circa un mese fa -per questo sono abbondantemente FTM a discuterne ora- ho scritto un tweet in cui invitavo la twitsfera italiana affinché facesse pressione sul ministro degli esteri Giulio Terzi perchè prendesse posizione in merito alla vicenda della detenzione del blogger egiziano Alaa Abdel Fattah ( finalmente liberato il 25 dicembre 2011 e oggi in grado di abbracciare sua moglie Manal e il loro figlioletto Khaled). Un po’ di tweeps (più e meno influenti) hanno raccolto la proposta e il giorno seguente il ministro Terzi ha scritto un tweet che voleva in qualche modo sottolineare una sua attenzione, in senso molto ampio, per la questione che gli era stata posta sul social network, che nel frattempo si era estesa alle sorti di un gruppo di cooperanti italiani rapiti in Sudan e Algeria.

Prima di proseguire qui leggetevi il blog post di Claudia Vago (aka @tigella) con Storify annesso che riassume egregiamente tutta la vicenda, che è inutile vi riscriva tutto qui io. Claudia conclude il suo post chiedendosi se ha senso che un ministro degli esteri risponda su Twitter.

Io vorrei dare qui la mia risposta a questa domanda, e proporre altre riflessioni a partire da questo caso di “spaghetti twit-diplomacy”.

Certo che ha senso che un ministro risponda su Twitter. E questo per una serie di motivi:

1. Twitter

Twitter prevede domande e risposte, è un ambiente dialogico, le comunità si strutturano soprattutto sulla base di conversazioni. I personaggi pubblici e politici stanno su Twitter anche, e spesso prevalentemente, per fare “engagement”, se non dialogano hanno già sprecato 2/3 del potenziale. Per questo gli account di politici (tra questi anche Terzi) che seguono poche persone (in genere: direttori dei giornali, loro omologhi stranieri e Barack Obama) commettono, almeno da un punto di vista strategico un errore, danno l’idea di essere poco interessati a quello che gli altri hanno da dire.

2. La politica internazionale

In questi ultimi anni abbiamo assistito ad un ampliamento sorprendente della dimensione pubblica della politica internazionale. Si tratta di uno spazio pubblico dove i significati e le rappresentazioni della politica internazionale vengono negoziati da una eterogenea moltitudine di soggetti, non più soltanto dalla triade: politici, giornalisti, ONG. Soprattutto online e soprattutto attraverso i social network comunità transnazionali di persone discutono e, in alcuni casi agiscono, politica internazionale. Queste negoziazioni esistono e sono importanti nel definire la percezione della politica internazionale (e non) di ampi gruppi, a prescindere dal fatto che ministri e diplomatici vi prendano parte o meno (Clay Shirky lo dice bene in Surplus Cognitivo parlando degli attentati di Londra del 2005). Dunque prendervi parte, anche su Twitter, è un’opportunità per i politici avere voce anche in quelle rappresentazioni. E per farlo bisogna giocare alle regole di Twitter.

4. La comunicazione politica

Commentando questa stessa storia, Marco Ferrante ha scritto una cosa giusta: Ossessionati dalla comunicazione, non dobbiamo dimenticarci della politica. Ovvero, senza contenuti politici la comunicazione non basta. Vero, anzi verissimo. l’engagement si fa comunicando, e comunicando soprattutto politica. Nel caso di un ministro degli esteri comunicando politica internazionale. Ovvero spiegando posizioni, illustrando concetti, dando risposte, dimostrando di interessarsi a questioni sollevate dall’opinione pubblica nazionale e internazionale e curando la propria reputazione. Twitter può essere un ambiente molto interessante per fare tutto questo, se usato con cognizione. Carl Bildt, ministro degli esteri svedese, ad esempio lo fa eggregiamente. Senza contare poi che quello che spesso si dice chi critica Twitter, ovvero di favorire ambiguità e “non detti” a causa dei soli 140 caratteri, lo candidano ad essere “medium diplomatico” per eccellenza! 🙂

Giulio Terzi (o chi per lui), usa bene o male twitter? Beh diciamo che ci sta provando. Per esempio, come nel caso in questione, risponde. Attraverso twitter ha comunicato policies e ha espresso posizioni. Diciamo che è riuscito ad essere effettivamente su Twitter più degli altri suoi colleghi di governo e più dei predecessori. Dunque è già un passo in avanti! Nella vicenda Alaa Abdel Fattah, è stato anche piuttosto scaltro. Terzi infatti non ha risposto alla richiesta di una prendere posizione (potenzialmente scivolosa) sulla detenzione di Alaa -cittadino egiziano incarcerato da autorità egiziane- ma, nel momento in cui quella vicenda è stata accostata al rapimento di cooperanti italiani, il ministro ha potuto fare il suo intervento, in modo molto “diplomatico”, focalizzandosi soltanto sui rapiti. Non ha fatto quello che la comunità, almeno originariamente, avrebbe voluto, ovvero prendere una posizione pubblica sulla vicenda di Alaa, ma rispondendo alla domanda sui rapiti, ha fatto anche indirettamente sapere che “seguiva” quella discussione, che era parte della conversazione e a parte anche della questione Alaa. Dunque non è del tutto vero che la sua risposta sia stata inutile da un punto di vista comunicativo.

Una postilla su tutta la situazione comunicativa: A parte quanto detto fin qui, mi preme sottolineare come ci troviamo di fronte ad un caso didatticamente molto interessante, anche perchè molto lineare e semplice. Cosa succede infatti: succede che un utente Twitter medio piccolo (meno di mille follower) @barbapreta (io, nella fattispecie :-)), vuole comunicare-con e fare pressione-su un personaggio pubblico e politico. Sa che per avere più chance d’attenzione (dagli altri utenti su twitter e dal suo target) avrà bisogno dell’aiuto di qualcuno con una capacità di influenza e coordinamento maggiore della sua e coinvolge utenti più influenti, tra cui @tigella. E il numero di persone che si uniscono all’iniziativa così cresce. Poi @tigella compie un’azione, propria del suo ruolo di social media curator, sceglie cioè di raccogliere, e indirettamente includere all’interno della stessa cornice narrativa, un altro stimolo che le viene dalla comunità, quello di fare pressione su Terzi anche rispetto alla vicenda dei cooperanti italiani rapiti. Compie dunque un’operazione di re-framing della conversazione. Terzi (o chi per lui) interviene a cornice già mutata, sceglie di farlo quando l’ambiente conversazionale è stato trasformato in una situazione più confortevole per sé. E risponde proprio ad un messaggio del curatore, perchè sa che in questo modo la sua risposta avrà più possibilità di visibilità e discussione.

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