Precipi-twitte-volissimevolmente

Spinto da diverse riflessioni molto interessanti lette ieri su alcuni blog (tra cui quella de il giornalaio Pierluca Santoro, quella di Luca Alagna e quella  di Piero Vietti) e da alcune conversazioni avute su Twitter sulla vicenda della finta morte di Castro e del finto ricovero di Mandela, scrivo su Twitter, giornalismo e velocità.

Insomma ci sono tanti, soprattutto giornalisti professionisti, che dicono che Twitter è pericoloso perchè può diffondere rapidamente rumor, false notizie e falsi fatti (hoax dicono gli americani). E questo direi che è innegabile.

Però. Però due cose.

1. Diffondere paura, che è la prima strategia adottata da chi si sente minacciato, non serve a molto. Il giornalismo professionale può giocare una nuova funzione importante in un nuovo ecosistema informativo: aiutarci, con le sue risorse, a districarci tra vero, verosimile e falso, anche online. Ma per farlo deve ripensare strumenti, cultura professionale, figure professionali. Deve in qualche modo essere in grado di farsi carico di una funzione “veritativa” o, meno ambiziosamente, verificativa. L’opposto di quello che, sul blog del Foglio, Piero Vietti ben definisce -fotografando la situazione attuale- “funzione anti-veritativa del giornalismo nell’epoca dei Tweet”.

2. E’ vero che Twitter può diffondere robaccia, ma è altrettanto vero che le comunità su twitter, spesso aiutate dai loro curatori, si sono fino ad ora rivelate molto brave a smascherare la robaccia. Luca Alagna scrive un post interessante a tal proposito ragionando sull’ecosistema informativo Twitter.

Questi due punti mi spingono a dire che il sistema twitter porta nuovi rischi ma contiene anche rimedi. E questi rimedi includono, non escludono il giornalismo professionale, se questo la smetterà di gridare “al fuoco!” e si deciderà a cercare i secchi d’acqua.

Ma il tema che mi interessa è un altro. E’ l’eccessiva attenzione all’elemento della velocità di comunicazione su Twitter. E’ vero, Twitter consente di far circolare informazioni (vere e false) in tempo reale e a livello globale, è fantastico. Ma non si capisce Twitter -e non si può usarlo bene- se lo si guarda solo come fosse una immagine statica, per quanto istantanea. Twitter è, più di qualunque altra cosa, un immenso insieme di relazioni. E’ la prospettiva diacronica dunque quella che conta di più. Le informazioni in tempo reale acquistano valore solo se inserite all’interno di questa rete di relazioni. Altrimenti valgono poco. Ho lavorato seguendo questa traccia sulla cosiddetta “primavera araba” e utilizzare una prospettiva diacronica e relazionale nell’analisi del ruolo dei social media si è rivelato estremamente produttivo per capirne il ruolo nelle “rivoluzioni” arabe.

Quello che voglio dire qui è che questa ossessione univoca per la rapidità di Twitter mi preoccupa un po’. E mi chiedo anche quanto quest’accento venga da dentro e quanto invece da fuori. Mi spiego meglio, se io dovessi descrivere che cos’è Twitter per me non parlerei subito della rapidità. Una volta me lo hanno chiesto, in 140 caratteri, e io ho detto qualcosa del tipo “una comunità informativa dove ognuno dà secondo le sue possibilità e riceve secondo quelle di tutti”. A me sembra che l’ossessione per la velocità di Twitter sia anche il frutto della rappresentazione che di Twitter stanno dando -in Italia ma non solo- i media mainstream. Che rappresentano Twitter come un’agenzia di stampa, spesso lo usano come tale, ma poi godono non poco quando quest’agenzia si sbaglia.

Ecco a mio avviso dovremmo resistere alla tentazione di farci eccessivamente prendere da questa narrativa. L’ossessione per la rapidità è propria delle macchine produttive dei media mainstream e, non necessariamente, deve essere anche nostra. E’ la stessa storia della Guerra del Golfo 1991: così ossessionati dal poter dire che stavano raccontando la guerra in diretta ( e a questo proposito permettevi di regalarvi questa perla) i media dell’informazione hanno finito per concentrarsi più su quell’aspetto, quello del live (mitizzandolo o scernendolo a seconda dei gusti) che sulla storia in sé, sulla guerra e sul suo significato.

La velocità di comunicazione è un elemento cruciale di Twitter, ok, ma non è quello fondamentale, a mio avviso, per definire la natura di quello spazio comunicativo. Seguire soltanto quella pista, non guardare anche alla dimensione diacronica, relazionale e dunque reputazionale, significa rinunciare a qualsiasi chance di comprendere, ma anche di abitare davvero questo nuovo ambiente. I media mainstream come sistema sembrano avere scelto questa strada, ma né noi né i singoli giornalisti sono obbligati ad andargli dietro. Anzi in questo caso è più appropriato dire che non siamo obbligati a corrergli dietro.

AGGIORNAMENTO: mi era sfuggito questo post di Giovanni Boccia Artieri sull’argomento utile per approfondire la questione. Ecco rimediato

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