Perché Twitter non è l’Inter, non è una macchina e forse è una bicicletta…

La battaglia tra apocalittici e integrati è priva di utilità e senso

Pubblico qui il mio contributo (extended version) alla rivista formiche.net in edicola questo mese con il tema “Connessi o intrappolati. Appunti di antropologia internettiana”. Interventi, tra gli altri, di Mario Morcellini, Andrea Sarubbi, Christian Ruggiero, Tommaso Labate e Antonio Deruda.

Non si tratta di odiare o di amare Twitter. Non è una fidanzata, un partito politico o l’Inter. Twitter è sostanzialmente due cose: uno strumento e un ambiente comunicativo. Si tratta dunque, per ognuno di noi, di trovare un uso gratificante dello strumento e un modo piacevole di stare all’interno dell’ambiente, oppure, semplicemente, se proprio non lo troviamo, di non usarlo e vivere felici. Ma senza odiare, per carità.

Che poi nella maggior parte dei casi quelli che portano avanti le crociate contro Twitter mica c’hanno provato ad usarlo. L’hanno solo guardato. Hanno visto dei messaggi brevi e frammentati, hanno visto un flusso molto (troppo) rapido di informazioni senza nessun “guardiano dei cancelli” a verificarne l’autenticità, hanno visto poca interazione. E’ bastato per dire che si tratta di un ambiente comunicativo dove la complessità di pensiero è impossibile, dove nessuna informazione può essere verificata e dove tutti parlano da soli. E questo è innegabile se uno si limita a guardare. Perché se uno guarda qualcosa non può che vedere una sola dimensione, quella del qui e ora, quella sincronica.

Il punto è che l’unico modo per comprendere l’ambiente comunicativo di Twitter è considerare anche la dimensione diacronica, e per considerare questa dimensione non ci si può limitare a guardare, bisogna provare ad usare, bisogna fare esperienza, bisogna avere una memoria collegata quest’esperienza. In questo modo è possibile comprendere come messaggi brevi e frammentati possano essere parte di conversazioni più articolate, come sia possibile sviluppare reputazione e credibilità (o perderla) attraverso la propria attività su Twitter, come si possano trovare dei guardiani dei cancelli che verificano l’autenticità delle informazioni.

Poi ogni tanto tutto questo non funziona, qualcosa si inceppa, succede. Anche le automobili a volte si rompono, ma in genere chi sceglie di non utilizzare l’automobile non lo fa perché teme si possa rompere, lo fa per sensibilità rispetto all’ambiente o perché deve compiere un tragitto per cui l’automobile non gli sembra il mezzo più appropriato: rischio di ingorghi, difficoltà di parcheggio etc. Ecco, lo stesso vale per Twitter (come per qualsiasi altro mezzo di comunicazione). Dobbiamo scegliere se usarlo o meno a seconda che risulti appropriato considerando l’obiettivo specifico che ci poniamo. Il punto è: dove vogliamo andare? Twitter non è il mezzo più appropriato per andare ovunque ma può esserlo per “andare” in alcuni luoghi.

Quali sono allora gli usi “appropriati” per Twitter? Ovviamente ci sono tanti usi possibili, collegati a molteplici ambiti e ai più svariati interessi: dal giornalismo, alla politica, al calcio o al motomondiale (mi dicono che le conversazioni Twitter attorno al motomondiale siano davvero molto interessanti e coinvolgano ampie comunità che comprendono tifosi, esperti, giornalisti e piloti).

E’ pertanto più utile partire dalle caratteristiche dello strumento e dell’ambiente. Innanzitutto Twitter si configura come un ambiente aperto, un luogo dove possiamo (seguendo un hashtag o attraverso le catene di retweet) entrare facilmente in contatto con informazioni, soggetti e comunità scollegate rispetto alle nostre reti sociali offline (a differenza di quanto tendenzialmente accade con Facebook ad esempio).

Si tratta di un ambiente estremamente denso, nel quale le conversazioni non si limitano ai 140 caratteri a disposizione per un tweet, al contrario rimandano in continuazione a contenuti e discorsi, sviluppati anche, e in modo diverso, altrove: link a risorse online, riferimenti a dibattiti, eventi, attività offline. Le conversazioni entrano ed escono continuamente dai 140 caratteri. Twitter dunque è un ambiente comunicativo in rapporto molto stretto con tutti gli altri.

La cifra comunicativa dell’ambiente di Twitter sta nella centralità assunta dallo storytelling. Raccontare piccole o grandi storie (una manifestazione, una nevicata, una rivoluzione, una gara del motomondiale), spesso collettivamente, in forma di narrazioni collettive, risulta essere uno degli elementi centrali attorno a cui si sviluppano relazioni, confidenza e reputazione.

Ci troviamo dunque di fronte ad un ambiente che, apparentemente, non necessita di intermediari, dove la comunicazione (anche tra attori molto diversi tra loro come ministri e cittadini) si può sviluppare in maniera disintermediata. In realtà all’interno dello spazio comunicativo di Twitter emergono continuamente nuovi intermediari, utenti che, per la loro capacità di raccogliere, assemblare, interpretare (e, quando serve, verificare) storie, per la reputazione che sviluppano grazie tale attività, o per la popolarità che arrivano a godere all’interno di tale ambiente, o che gli deriva da altri ambienti, finiscono per ricoprire una funzione cruciale: ampliare le comunità,  ordinare le narrazioni, aiutare gli altri utenti ad orientarsi. E questo, è opportuno averlo chiaro, significa anche accumulare potere.

Se queste sono le caratteristiche principali dell’ambiente, una a mio avviso è la prerogativa fondamentale per utilizzare in maniera soddisfacente lo strumento:  avere tempo. Twitter non è uno strumento che si può utilizzare in maniera gratificante senza investirci, o averci investito, un po’ di tempo. Al contrario di Facebook dove possiamo scegliere i nostri “amici” rapidamente sulla base delle nostre relazioni offline, e anche limitarci solo ad una sbirciatina ogni tanto per avere un’esperienza soddisfacente, con Twitter la costruzione della nostra (o delle nostre) reti, e quindi della nostra timeline ideale, richiede molto più tempo. Si tratta prima di trovare le persone che ci interessano e che postano contenuti che ci possono essere utili. Oppure possiamo seguire solo le star (e può comunque essere un’esperienza soddisfacente per qualcuno.

Dal momento che occorre più tempo è necessaria dunque anche una maggiore motivazione per investirlo. E’ infatti spesso a partire da un interesse specifico, a volte anche episodico come una nevicata o un terremoto che le persone dedicano un po’ di tempo per capire come possono utilizzare questo strumento: “mi ero iscritto l’anno scorso, ma non avevo mai capito come usarlo, poi con la neve..”.

Così è fatto l’ambiente, così funziona il mezzo. Se vi piace buon divertimento, altrimenti siate felici senza. Io per esempio non twitto mai durante i weekend!

Michele Serra, in una “amaca” contro Twitter divenuta celebre, ha scritto che non si può esprimere un pensiero complesso in 140 caratteri, che questo porta ad estremizzare le opinioni e ad una non-conversazione.  Si potrebbe rispondergli che non si può esprimere una critica articolata nel breve riquadro di un’“amaca”, che serve un trattato di cento pagine. Eppure le “amache” di Serra riescono ad essere efficaci e taglienti, quasi sempre. Tutto dipende da quello che vogliamo dire, o da dove vogliamo andare. Meglio in macchina o a piedi?

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3 thoughts on “Perché Twitter non è l’Inter, non è una macchina e forse è una bicicletta…

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