Gli hashtag, come la poesia, sono di chi li usa. Note su #csxfactor

Mi interessa discutere una questione apparentemente molto marginale del dibattito di ieri sera: la scelta dell’hashtag. Che poi così marginale non è se si considera che durante il dibattito sono state scritte decine di tweet al secondo, tutti collegati tra loro dall’hashtag #csxfactor -per più di due ore TT world wide– e che una simile sorte, anche se non altrettanto spettacolare, è toccata all’hashtag “ufficiale” lanciato da SKy. Se tutti questi tweet abbiano spostato un singolo voto o meno non è cosa che mi preme discutere ora (dopotutto potremmo chiederci la stessa cosa per il dibattito in sé). Sicuramente però questi tweet hanno trasformato, per molti, l’esperienza del dibattito. Il discorso della scelta dell’hashtag dunque è interessante perché ci dice qualcosa rispetto agli “eventi mediali” (in senso lato) contemporanei e perché ci dice qualcosa rispetto alla ridistribuzione del potere al loro interno.

Vado al sodo. Sky organizza l’evento, ci mette lo studio, le telecamere il giornalista etc. diventa insomma quello che Dayan e Katz hanno definito “il donatore” dell’evento. Il “donatore”, oltre a trarre prestigio e pubblicità, ha un grande potere sul framing dell’evento. Oggi però che l’evento non si svolge più soltanto nell’arena fisica e in quella televisiva ma anche in quella dei social media, questa dinamica viene, almeno parzialmente, ridiscussa. Quelli di Sky, ben consapevoli di questo, oltre ad avere “costruito” il palcoscenico televisivo per il dibattito hanno costruito anche un palcoscenico Twitter, proponendo l’hashtag “ufficiale” #ilconfrontoSkytg24.  E’ un hashtag molto lungo, che è stato subito criticato proprio per questo, ma che mostra come “il donatore” ci tenesse, comprensibilmente, a porre il proprio “logo” anche sul palco Twitter. E’ dunque una presa di coscienza dell’espansione dell’evento oltre alla dimensione delle proprie telecamere e un tentativo di estendere, in qualche modo, la propria “giurisdizione” anche lì.

Da un po’ di tempo vado dicendo che l’attività di “building” degli hahstag deve cominciare ad entrare negli interessi di chi studia gli eventi mediatici, gli eventi politici e gli eventi pubblici in generale, perché si tratta di un’importante attività di costruzione di palcoscenico. E i palcoscenici Twitter non sono ambienti neutri, così come non lo sono gli studi televisivi o un palco montato in una piazza. I “donatori” tradizionali cercano di “controllare” anche il palcoscenico di Twitter attraverso la creazione hashtag ufficiali. E’ legittimo e naturale. Ma non sempre funziona, o almeno non funziona sempre completamente, perché entrano in gioco altri equilibri e altre dinamiche di potere, reputazione e relazione.

Filippo Sensi (@nomfup) nella Twittersfera italiana è in grado di fare tendenza -nel senso del TT- e lo ha dimostrato più volte (es. #ancoratu). Assieme al suo direttore Stefano Menichini (a quanto ho capito), si sono inventati un hashtag alternativo a quello ufficiale di Sky, ovvero #csxfactor, che giocava sul fatto che i candidati si “esibivano” sullo stesso palco di X Factor. L’hanno inventato perché quello ufficiale era troppo lungo, perchè era troppo neutro e perché avevano voglia di divertirsi. Sensi e Menichini (con il supporto –tardivo, bisogna segnalare- della Regina degli hashtag Roberta Maggio, recentemente incoronata per la sua creazione #aeiouy e di #vadaabordocazzo alla BlogFest 2012) avevano il potere, la reputazione, le relazioni e anche la paraculaggine (non me ne vogliano) per “montare” un palco alternativo a quello ufficiale. Ed è successo che questo palco sia stato preferito a quello “ufficiale” (che pure è andato forte intendiamoci).

Ma, oltre che ad aumentare il –legittimo- senso di “onnipotenza twitterica” dei miei amici Filippo e Stefano, questa operazione ha avuto qualche conseguenza? Secondo me si. Innanzitutto ci mostra come gli equilibri di potere attorno agli “eventi mediatici” contemporanei si facciano più complicati e come altri attori, in questo caso sempre giornalisti, ma avrebbe potuto non essere così (poteva essere un altro tipo di tweet celebrity o, anche se molto più difficile, un semplice utente), possano, attraverso attività di hashtag building assumere funzione di “donatori” collaterali dell’evento.

Una seconda considerazione riguarda il fatto che un hashtag è inevitabilmente una cornice semantica, che contribuisce a dare un senso ai nostri tweet, tanto per noi che li scriviamo quanto per chi li legge. Allora se è vero che utilizzare #csxfactor non ci ha impedito di scrivere anche serissimi tweet di commento alle performance dei fantastici 5, allo stesso tempo, questo hashtag non è solo conseguenza, ma anche causa, del tono tendenzialmente ironico che ha caratterizzato buona parte dell’attività su Twitter attorno al dibattito. E l’impressione che ho avuto –per ora solo di impressione si tratta, in attesa di lavorarci più approfonditamente- è che l’elemento ironico, sia stato molto più marcato all’interno di #csxfactor che all’interno del più formale #ilconfrontoskytg24. E giuro che io che ho scritto prevalentemente cazzate utilizzando #csxfactor non l’ho fatto per poter scrivere questo post ma viceversa, ovvero, dopo aver scritto le cazzate, ho pensato a questo post!

 Arianna Ciccone, da organizzatrice di eventi (e che eventi!) è intervenuta ieri nel dibattito hashtag si/hashtag no dicendo che la creazione di un hashtag alernativo crea confusione. Capisco quel che intende ma non sono completamente d’accordo, soprattutto per un evento di questo tipo. La scelta di un hashtag è un primo, potentissimo, dispositivo di interpretazione di un evento e non deve essere necessariamente monopolio di qualcuno. Senza per questo ritenere che tutti abbiano lo stesso potere nel processo di definizione degli hashtag, e il fatto che a lanciare questo sia stato il “solito” nomfup ne è una prova.

Gli hashtag, come la poesia, sono di chi li usa (ma chi li inventa è giusto che si prenda gli applausi)

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3 thoughts on “Gli hashtag, come la poesia, sono di chi li usa. Note su #csxfactor

  1. Pingback: Fascino, bellezza e potere degli hashtag (appunti sparsi) | senzamegafono

  2. Pingback: Il lato oscuro dei #TT | #Io_ci_provo

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