Gaza, Twitter e il conflitto che si trasforma per restare uguale

Arrivo come sempre FTM (fuori tempo massimo) per scrivere di Gaza e Twitter. Ma questo mi dà il privilegio di poter utilizzare le interessanti descrizioni dei fatti e le analisi che sono già state fatte per poter concentrarmi soltanto sulle cose che mi interessano.

Dunque, sull’utilizzo di Twitter da parte del Governo e dell’Esercito Israeliano, ma anche da parte di Hamas, potete leggere info e dettagli nel pezzo per Techpresident di Lisa Goldman, o il dettagliatissimo resoconto fatto da The Stream di Al Jazeera English, tanto per darvi qualche esempio.

A questo punto vi immagino informati sui fatti e vado subito al sodo. A mio avviso due sono le cose interessanti da un punto di vista della comunicazione sui social media, e su Twitter in particolare, rispetto alle tristi vicende di Gaza di questi giorni.

1. La Guerra degli hashtag: Stiamo assistendo ad una vera e propria guerra degli hashtag. Con gli account Twitter ufficiali del governo -e soprattutto dell’esercito- israeliano estremamente prolifici ed attenti nell’utilizzo delle parole chiave, ben consapevoli di come attraverso la scelta e soprattutto la capacità di imporre un hashtag si possa lavorare sulla cornice al cui interno vengono interpretate azioni e reazioni. Avital Leibovich, portavoce dell’IDF è stata la prima utente Twitter a trasformare il nome dell’operazione, Pillar of Defense, in un hashtag. E’ stata la prima volta nella storia, come ha sottolineato in un tweet anche Raffaella Menichini di Repubblica, che abbiamo un hashtag “ufficiale” per un’operazione militare, e proposto addirittura da un portavoce militare:

Ma questo è stato solo l’inizio. Infatti su Twitter ha preso vita immediatamente una vera e propria battaglia che vede contrapporsi israeliani e palestinesi (istituzioni, cittadini, supporter e attivisti su scala globale) nell’utilizzo degli hashtag per raccontare e commentare quello che sta succedendo a Gaza e in Israele. Tra gli hashtag più utilizzati  #israelunderfire (usato in campo israeliano) e #gazaunderattack (usato in campo palestinese). Risulta immediatamente evidente come attraverso la scelta dell’hashtag ci sia la volontà di imporre due opposte interpretazioni della situazione, il tema è: chi è la vittima? E’ Israele o Gaza ad essere sotto attacco? Per chi studia, soprattutto su un piano comunicativo, il conflitto israelo-palestinese questa non è certo una novità. Anzi la definzione, e il tentativo di influenzare la percezione a livello internazionale, di chi stia aggredendo e chi si stia difendendo, di chi sia Davide e chi Golia, è la costante del lungo, triste e sanguinoso contrapporsi tra questi due attori.

La guerra degli hashtag a cui stiamo assistendo non è dunque qualcosa di nuovo, al contrario è la trasposizione, all’interno dell’ambiente dei social media di un conflitto simbolico, lungo tanto quanto il conflitto militare. Quello che è interessante dunque è il definitivo consolidarsi di Twitter come nuova arena (caratterizzata da nuove pratiche) per un vecchio conflitto. E di questa importanza sembra essersi accorto molto bene soprattutto Israele che si è messo da un po’ di tempo a studiare e a lavorare molto attentamente sui social media e in questi giorni sta rivelando  di avere elaborato una vera e propria strategia di comunicazione di guerra attraverso i social media.

2. Il “Social Media Marketing” del conflitto: Il marketing della guerra, concetto ormai consolidato, sembra infatti, in questi giorni, essere diventato un vero e proprio “social media marketing”. Israele sembra aver studiato e pianificato nei dettagli una vera e propria campagna twitter e social in generale (Blog, Flickr e Youtube) attorno all’operazione Pillar of Defense.

Restando sulla dimensione Twitter  si possono notare una serie di costanti. Il tema centrale della campagna è senza dubbio “il diritto alla difesa” di Israele, ma questo tema è declinato in vari modi. Vediamo un paio di esempi. Ci sono tweet che contengono informazioni volte a supportare l’immagine di Israele come soggetto minacciato attraverso il ricorso a dati, statistiche e numeri precisi. Questi tweet sono costruiti attorno ad elementi fattuali e in alcuni casi si aprano proprio con la dicitura “fatto:…”

Altri tweet invece cercano forme di coinvolgimento degli utenti, ad esempio chiedendo espressamente il retweet:

Come appare evidente, si tratta di una vera e propria attività di “engagement”, peraltro piuttosto efficace, come si può evincere chiaramente dal primo tweet qui sopra: 2,400 RT in quattro ore.

Anche sul fronte video, la cui condivisione attraverso i social media sembra essere una delle priorità dell’IDF, ci sono elementi su cui è opportuno soffermarsi. In questo caso, tra le preoccupazioni principali, emerge quella di presentare i bombardamenti su Gaza come mirati, chirurgici e perfettamente in grado di colpire i leader di Hamas senza “danni collaterali”. Anche in questo caso non si tratta di una strategia nuova. E’ almeno dal  Golfo 1991 che video realizzati attraverso telecamere montate sugli aerei o addirittura sui missili stessi vengono mostrati (allora ai giornalisti, oggi saltando questa mediazione direttamente al pubblico) a prova della natura “pulita” delle proprie operazioni. Anche in questi giorni l’IDF ha caricato sul suo canale Youtube diversi filmati di questo tipo. Ma a questi si sono aggiunti altri video, come questi qui sotto, che rappresentano un inedito:

Dopo la “guerra videogame” avviata appunto con i tracciati luminosi e i “video chirurgici” del Golfo 1991, la guerra diventa animazione, “war in motion”, si adatta  ai canoni estetici, le modalità e i tempi (filmati di 1 minuto) comunicativi propri del web e social media marketing.

Sul fronte palestinese, diversi singoli e gruppi a livello locale ed internazionale si stanno movendo sui social per cercare di rispondere all’offensiva israeliana, ma una strategia pianifica manca completamente. Ieri sul Guardian Arwa Mahdawi ha scritto : “While Palestine should certainly not be looking at emulating the IDF’s feverous Twitter-tactics, it should be following Israel’s lead in a more sophisticated approach towards nation-branding. Because, in today’s world, if there is ever to be a Palestine there needs to first be a “Brand Palestine”.

E’ vero, anche se non amo particolarmente il concetto di “nation branding”. E infatti è difficile immaginare che la risposta palestinese possa arrivare secondo una modalità centralizzata sul modello di quella israeliana. Più facile immaginare un coordinamento maggiore tra singole iniziative nate autonomamente a livello locale e globale, peraltro secondo una modalità che ben si adatta al milieu dei social media. Ma in questo momento è senza dubbio Israele a dominare la dimensione social del conflitto.

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